Decadente
Ti accorgi che è decandente come metti piedi giù dall’aereo. Solo ancora a 7000 metri dal suolo non puoi renderti conto di cosa ti aspetterà.
È periodo di monsoni, ma c’è il sole alto nel cielo azzurro e fa estremamente caldo. L’aereoporto è piccolo ed è superfluo aggiungere l’aggettivo disorganizzato. L’impatto con i locali è forte: ti vengono innanzi a decine e insistono affinchè sia proprio il loro taxi a portarti a destinazione e ti esortano a non fare l’errore di scegliere il taxi sbagliato che potrebbe portarti chissà dove e a quale prezzo.
Contratto, discuto, sudo…e quando penso di averla spuntata mi rendo conto della fregatura, la prima della giornata: una taxi bianco anni ’60 stile Cuba fideliana per 6 persone cariche di zaini enormi. Improponibile. Si ricontratta, ridiscute, risuda e si arriva ad un presunto compromesso ovvero nient’altro che l’offerta che sin dall’inizio lo stormo di indiani voleva rifilarci: 2 taxi e al loro prezzo.
Si parte, direzione Varanasi, meglio conosciuta con il nome di Benares, la città santa per eccellenza dell’universo indù.
Il vecchio dormiente
Dicono che sia la città più vecchia del mondo. Dicono che abbia almeno 3.000 anni. Forse si tratta di semplici racconti degli orgogliosi cittadini indiani, ma se per un secondo provo a chiudere gli occhi ho davvero l’impressione di ritrovarmi dinnanzi alla presenza di un vecchio stancamente abbandonato su una poltrona decrepita.
Attorno a me sento la metropoli ansimante emettere un sospiro faticoso e caldo. Scendendo a passi svelti per le Tue strade vengo assalito dal timore che i miei movimenti possano bruscamente destarti dal tuo torpore apparentemente perpetuo e così rivelarti lo sguardo insolente che ti osserva irrequieto.
Così appari, Varanasi.
Come un unico organismo che secerne dai suoi pori un odore penetrante e pungente che avvolge ogni cosa. Sento i cuori di un milione di anime battere all’unisono. Corpi sudati, appiccicati insieme ad animali di ogni tipo che si muovono senza sosta in stradine minuscole; danno la sensazione di essere un’insieme disordinato di formichine addensate sul lato a est del divino Ganga, come un alveare di api compatte sul fianco di una traboccante fonte di miele. Il loro universo è tutto li, sul versante opposto del fiume il nulla. Perché poi cercare un approdo migliore? L’altra sponda può forse offrire acqua più limpida?
Calma
C’è un qualcosa che mi da gratificazione per le Tue strade, il fatto che la gente viva dovunque e comunque apparentemente senza necessità di misericordia. Dopo tutto fanno ciò che contraddistingue ogni essere vivente: mangiano ciò che trovano da mangiare e giacciono dove possono giacere. Talvolta il corpo non sembra avere bisogno di nulla di più, d'altronde non si è mai sentito nell’immensità della storia la tragedia di un animale che ha deciso di porre fine volontariamente alla sua triste esistenza. Questa idea che non siamo niente più che animali deteriorabili mi rasserena. Le impellenti necessità che da sempre mi assillano in ogni frangente della giornata lentamente svaniscono. Di poche cose ho realmente bisogno, e di tutte queste prima o poi dovrò imparare a fare a meno. E la morte non può essere che un altro passo, sicuramente quello decisivo, verso la liberazione dal superfluo, verso l’alleggerimento del mio spirito, del mio Io. In questa valle tali concetti circolano da quasi 4.000 anni ed ormai sono radicati in ogni anima.
A Varanasi tutto ciò lo si può leggere con chiarezza nello sguardo perforante di tutte le persone che si incontrano per strada, dal canuto bramino fino al lugubre lebbroso. Tutti consapevoli che niente può scalfirci e tantomeno la morte, evento aspettato da alcuni come una liberazione e da altri solamente come ineluttabile.
Morte
La sensazione dell’eterno, del continuum della vita. Scorribande di vivi che trasportano morti senza versare lacrime, coscienti che prossimamente sarà il loro turno, perché così ha deciso Brama molte decine di secoli prima. Uomini che trasportano i loro cari, i loro padri, fratelli e figli verso il tempio dove verranno bruciati secondo un rituale che in questa valle si ripete dalla notte dei tempi. La morte come un passaggio obbligato per tutti.
Ma certo, è così chiaro e lineare!
Se sei vivo un giorno morirai, e ti libererai del tuo futile corpo, niente di più. Si passa solamente da uno stato ad un altro, è toccato a loro che già giacciono su barelle di legno grezzo e toccherà anche a me, perché spaventarsi. È inutile avere paura della morte, lei è pur sempre così vicina a noi, concetto quanto mai valido qua sulla riva del Ganga. E poi chi sono io per mettere in discussione il piano divino di Brama, Allah, Dio o chi per esso?!? Effettivamente questa visione indiana mi sta convincendo, ormai mi sembra chiaro che la morte vada affrontata con dignità e che si debba essere preparati ad essa. Certo che però finire la propria esistenza nel cuore del tempio, nel millenario Ganga che da vita ad un subcontinente intero è sicuramente più affascinante rispetto a giacere per l’eternità in uno qualsiasi dei nostri cimiteri dove già dinnanzi alle porte d’ingresso si avverte la staticità dell’aldilà. Molto meglio scomparire nello scorrere incessante del fiume divino, contenitore delle migliaia di anime di tutti i mortali indù.
- Carlo Giovannone -



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