lunedì 21 settembre 2009

25 aprile 2009 PENSIERI RESISTENTI

25 aprile 2009
    PENSIERI RESISTENTI
Nel giorno della liberazione dall’occupazione, pensando a territori  ancora occupati.
Aquiloni  si ergono come fiori dal lungo stelo sul cielo di Baqa’a.

Baqa’a è il campo profughi più grande della Giordania ed il più antico, nato dopo la proma diaspora palestinese del 1948. Baqa’a ha una strana forma circolare e lo si vede dall’alto delle colline che lo circondano, come una macchia bianca dalla geometria perfetta.
Arrivando  a Baqa’a la prima cosa che notiamo sono gli aquiloni che volano nella lieve brezza di fine aprile. Mohanned, un amico di origine palestinese che ci “guida” al’interno del campo, ha passato gran parte della sua infanzia a Baqa’a  e conosce bene i giochi dei bimbi nei campi e le ore passate a seguire gli aquiloni quando il pomeriggio si fa caldo e assonnato.
Nel giro di poco siamo circondati da ragazzini che ci “offrono” i loro aquiloni: stanno giocando nel cortile della scuola del campo, gestita dalle Nazioni Unite. Comunichiamo a sorrisi e con il nostro limitato vocabolario di arabo.

Ci lasciamo alle spalle la scuola e ci addentriamo negli stretti vicoli del campo rifugiati. Ci sentiamo pittuosto osservati, gli stranieri non sono molto comuni da queste parti. Ma Mohanned ci presenta e ci fa sentire un po’ meno “intrusi”.

Le stradine del campo sono brulicanti di vita: panifici, negozietti di ogni tipo (dal pollame alla biancheria sexy), ragazzini che corrono qua e là inseguendo gli obiettivi delle nostre macchine fotografiche e gruppi di donne completamente velate, di cui si possono solo intuire gli sguardi circospetti e curiosi.
Veniamo calorosamente accolti all’interno di un negozio di un barbiere e fatti accomodare per prendere un thè (l’ennesimo della giornata!). Si siedono con noi tre signori di una certa età, che ci iniziano a parlare della Palestina, la terra che hanno abbandonato molti anni fa ma che portano nel cuore. Hanno un’incredibile voglia di parlare, di raccontare la loro storia e di esprimere la loro rabbia nei confronti dell’occupazione israeliana e dell’atteggiamento compiacente delle potenze occidentali. Alla nostra domanda “Vedete una speranza, una possible risoluzione del conflitto?” rispondono scettici ed amareggiati: “Forse in nostri pronipoti potranno vedere la pace…in Shalla’a”.
I muri del campo parlano di Hamas, di nostalgia, di resistenza: ovunque scritte, che Mohanned traduce per noi.  Un signore ci fa notare: “Sui muri siamo liberi di dire quello che vogliamo”.

Mohanned ci conduce poi alla casa che era di suo nonno e dove lui ha trascorso gran parte della sua infanzia. Ora ci vivono la zia con la figlia e i nipotini. L’accoglienza è ancora una volta disarmante: ci vengono offerti  sorrisi, erbe aromatiche da portare a casa e, ovviamente, ancora thè. Le donne sono curiose di conoscerci, di capire chi siamo e cosa facciamo in Giordania. Ci chiedono se siamo stati in Palestina (l’argomento è decisamente ricorrente) e che idea abbiamo sul muro e sul modo di vivere dei palestinesi nei territori occupati (“that is not life”).

Nel campo tutti parlano di Palestina. Il campo è un pezzo di Palestina trapiantato in Giordania. Il confine con la West Bank è a meno di 10 km da Baqa’a, ma gli abitanti del campo non vi hanno mai fatto ritorno. I palestinesi che vivono in Giordania vanno a contemplare la loro terra dagli splendidi punti panoramici sulle colline giordane: vi arrivano con le macchine cariche di cibo, thè e tappeti, si siedono con la famiglia ed assaporano il pic-nic del giorno di riposo con lo sguardo rivolto ad ovest. Mi sembra che abbiano gli occhi lucidi, di quella tristezza che è resistente al tempo.
   - Valentina Pomatto -

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