giovedì 10 dicembre 2009

Lasciami leccare l'adrenalina


Madagascar: tutto comincia sul tardi, la mezzanotte è ormai passata da un pezzo. L’idea improvvisa è quella di lasciare le dorate e protette spiagge dinnanzi al Canale del Mozambico per avventurarsi nell’entroterra a caccia di un beat più autentico e potente.
Quasi tutti i miei compagni d’avventura sono originari del posto e mi vogliono portare nel bar più cool dell’isola, dove dicono ci sia una jam session di alcuni noti musicisti locali. Chiamato un taxi, si aspetta tutti seduti in fila sul marciapiede davanti alla porta dell’hotel. Appena arriva una vecchia auto adibita a taxi, cerchiamo di incastrare, non senza fatica, i nostri 7 corpi al suo interno.
Si parte e, forse grazie alla musica pompata al massimo da una vetusta autoradio, nessuno sembra essere preoccupato dai freni del veicolo che funzionano poco, soprattutto in quanto sollecitati dal notevole peso di ben 8 persone.
Nessuno sembra neppure prestare attenzione al fatto che la strada stretta e sdrucciolevole non sia affatto illuminata e sui bordi vi siano parecchi individui, i quali, mi chiedo, chissà dove si dirigono a quest’ora della notte e a fare che.

D'altronde il taxista per mestiere guida e per giunta sull’isola c’è solo una strada realmente asfaltata su cui dovrà obbligatoriamente scorrazzare per gran parte delle sue ore lavorative, dunque saprà lui che fare e se c'e' da preoccuparsi. Noi invece si canta e appiccicati l’uno all’altro si cerca di tenere il ritmo, il quale per gli standard degli impacciati uomini bianchi è sfacciatamente rapido.
Finalmente raggiunto il villaggio di Dzamanzari, parcheggiamo davanti al locale, che è proprio in una delle prime casupole colorate del piccolo abitato circondato da palme e palissandri. Usciamo uno alla volta meccanicamente dall’auto e subito apriamo il bagagliaio per far uscire Thomas, arrivato per ultimo all’appuntamento e quindi impossibilitato a trovare spazio tra i sedili. Fuori c’è una ressa notevole e, stando ai movimenti zigzaganti e scomposti di molti, sembra essere già tanta la gente che ha buttato giù troppi litri dell’onnipresente birra locale Three Horse. Già da fuori si sente il ritmo indiavolato che infiamma la pista.


Pago ed entro. Alcune persone visibilmente ubriache si rivolgono a me biascicando parole per me incomprensibili che ottimisticamente cerco di interpretare come un gesto di benvenuto verso l’unico occidentale presente.
Il locale è spartano ma carino e soprattutto è strapieno di gente. Vengo trascinato velocemente sulla pista dove fatico a seguire il ritmo tambureggiante. L’evento sembra aver raccolto gente proveniente da tutti i villaggi dell’isola e apparentemente ci sono persone di ogni età che ballano scatenate. In pista si sta schiacciati: corpi sudati si dannano in movimenti estremamente sensuali, sconosciuti con sorrisi smaglianti ballano con sconosciute che felici si strusciano provocatoriamente ad essi. Si percepisce sparsa ovunque per il locale l’adrenalina che agita i presenti, ognuno trasuda passione per la musica. Insiemi di corpi che rimangono avvinghiati per una, forse due canzoni, o magari per tutta la notte. L’importante sembra essere lasciarsi andare ed abbandonare ogni inibizione oltre l’ingresso, là nel piazzale polveroso dove si vendono incessantemente spiedini di zebù e birra.


Tutto in una notte, poi domani ognuno si risveglierà nella propria capanna fatta di foglie di palma,
sterco e, in pochi casi, di mattoni. Al nuovo sorgere dell’immenso sole africano tutti gli abitanti dell'isola saranno infatti affannosamente obbligati, ancora una volta, a trovare un modo per procacciare il cibo per sé e la propria famiglia. Questa sera, però, le preoccupazioni non trovano spazio sulla pista, qui conta solo il ritmo incessante prodotto dai diversi gruppi che si susseguono sul palco. La musica è una scossa elettrica capace di animare ad ogni contatto i corpi scatenati. I movimenti si trasformano in energia pura, che come un brivido intenso scivola sulla pelle d’ebano. Superato l’imbarazzo, ballo con svariate cugine, sorelle e madri dei miei amici, mentre alcuni di loro si avvicendano sul palco per intonare canzoni popolari. Tutti sono felici e sembrano divertirsi parecchio. Poi  all’improvviso, dal baccano generalizzato fuoriescono alcune urla isolate e violente. Mi giro di scatto verso un ragazzo che per un attimo mi passa accanto, veloce come una gazzella, diretto verso l’uscita.

Prima di capire cosa sta succedendo, vedo che non è solo, ma è inseguito da tre individui di cui almeno uno brandisce minacciosamente una lama. In maniera alquanto surreale i musicisti si fermano di scatto, la musica cessa di emanare emozioni e tutti i presenti rivolgono lo sguardo verso l’angolo da dove provengono le grida. Giusto il tempo di chiedere spiegazioni a chi mi sta vicino e la musica riprende sulla nota precedentemente interrotta; centinaia di piedi ricominciano a muoversi all’unisono e sui visi di tutti i presenti ricompaiono bianchissimi sorrisi. Io rimango un po’ scosso e preoccupato; ora inizio a vedere ovunque attorno a me pericolo ed ostilità. Ma l’ennesima cugina, porgendomi una birra, mi prende gentilmente per mano e così si continua a ballare fino a notte fonda.


Così si trascorrono le notti in Africa, ogni momento e' vissuto al massimo senza mai pensare alle possibili conseguenze, al domani, al futuro. Ogni gesto, ogni azione è fine a se stessa, non si fanno calcoli o congetture, d'altronde non c’è nemmeno il tempo per farlo, il ritmo è troppo veloce. La gente non desidera nient’altro, se non mescolarsi allo splendore che permea ogni cosa e che riveste il riflesso della luna sul placido Stretto di Mozambico, i fianchi sinuosi di una donna o il bicchiere sempre colmo. Dio in Africa è ovunque, in tutto ciò che di bello è stato creato, ma soprattutto in ciò che può essere vissuto quotidianamente da tutti e grazie al quale si riesce a provare estremo piacere, vero trasporto. La musica diventa così una sorta di preghiera, un rituale, che permette a ognuno di liberare in fretta la propria mente dalle preoccupazioni e di raggiungere un’estasi, che sulla pista da ballo diventa collettiva.

Tutti i malgasci cercano di vivere queste sensazioni il più a lungo possibile, evitando di incappare in pericolose trappole che potrebbero interrompere precocemente il piacevole cammino. Il rischio d'altronde è reale: la spensieratezza con cui viene infatti affrontata la vita in queste terre viene spesso pagata a caro prezzo e a farne le spese sono proprio coloro che, in serate come questa, cercano forti scosse ed emozioni mescolate tra il beat e il chiaro di luna.  - Carlo Giovannone -


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