mercoledì 11 novembre 2009

OCEANO DI GOMMA


Li davanti a me, al termine della foresta tropicale, si staglia l’immenso oceano. Mi appare docile e mansueto mentre il caldo sole di mezzogiorno si specchia placido su di esso. Sono molte le piccole imbarcazioni che entrano ed escono dal porticciolo cariche di raffazzonate reti da pesca. Difficile credere che solamente qualche anno fa un tanto innocuo paesaggio naturale sia stato teatro della più grave tragedia umanitaria del nuovo millennio. Eppure proprio queste stesse acque azzurre sono state la causa di un incubo che ha sconvolto tutta Sumatra; queste stesse acque cristalline sono state capaci di trasformarsi in un’arma brutale, la quale ha mietuto migliaia di vittime e disperso per l’intera regione corpi ormai privi di vita.   


Dopo il passaggio dello tsunami, sul ciglio della spiaggia non è rimasto più niente e di certo qui per molti anni nessuno vi costruirà più la propria dimora. Ad Aceh la gente ha infatti smesso di fidarsi dell’oceano. Fino a quel fatidico 26 dicembre 2004 il mare aveva portato agli abitanti della regione solo preziosi frutti quali il benessere economico, attraverso la pesca ed i fiorenti commerci marittimi, e soprattutto la prosperità culturale, qui è infatti avvenuto l’ingresso dell’Islam in Indonesia propagatosi poi in tutto l’arcipelago attraverso l’incessante pellegrinare di santoni sufi provenienti da India e Arabia. Il risultato di tali migrazioni è chiaramente visibile tra gli Accinesi: la religione si intreccia infatti con tutti gli aspetti della vita e della cultura, permea l’esistenza di ogni individuo rendendolo un seguace rispettoso dei suoi rigidi precetti.
Ma, senza alcun preavviso, quella mattina di cinque anni fa il mare si è scagliato contro le inermi popolazioni locali con una forza inaudita, la quale non ha lasciato scampo a tantissimi esseri viventi.
Nonostante sia ormai passato un po’ di tempo dalla domenica della mattanza, tuttora non c’è pace tra le famiglie delle vittime, le quali non riescono a ricucire la ferita causata dalla perdita dei loro cari. Spesso ciò è aggravato dalla mancanza di un corpo su cui piangere il proprio dolore e a cui dare degna sepoltura nella nuda terra, come stabilito dal Profeta. Migliaia di corpi sono infatti stati divorati dalle torbide acque marine e non torneranno mai più in superficie. Secondo la tradizione, le loro anime non potranno così mai trovare pace e continueranno imperterrite a vagare per il buio profondo.
Per i ferventi musulmani che hanno vissuto tale incubo, ciò è difficile da accettare. E così per le strade di Banda Aceh e dei villaggi circostanti ci si interroga sul significato dell’immane tragedia. Ci si chiede perché Dio abbia voluto impartire agli Accinesi una così dura lezione. Perché proprio qui, in quella che è comunemente considerata la “Veranda della Mecca”, culla prospera di un Islam pio e ortodosso.
Gli Accinesi sono tradizionalmente un popolo orgoglioso ed indipendente e si contraddistinguono tra gli indonesiani per il carattere duro, tipico della gente di mare, la quale difficilmente si lascia abbattere dalle tragedie. Il loro spirito è come un ramo di palma alla deriva, il quale viene levigato dalle intemperie ma difficilmente può esserne piegato. In ciò sono aiutati dalla solida fede religiosa, la quale, all’indomani dello tsunami, ha permesso il diffondersi tra la popolazione di interpretazioni messianiche dell’apocalittico evento.
Chi ha vissuto l’incubo ne parla ancora oggi scontrosamente e con un filo di voce, senza guardarti mai negli occhi, perché un tale argomento mette soggezione e fa ancora nascere in loro profondo timore. Provano a ripetere ossessivamente le medesime parole che gli sono state riferite da altri, senza aggiungere alcuna divagazione personale, la quale potrebbe evidenziare una certa presunzione agli occhi dell’onnipotente Allah. Ma ormai tutti i fedeli ne sono ostinatamente convinti. Il pensiero che si va diffondendo tra le macerie di Aceh è che lo tsunami sia stato niente meno che un castigo voluto dal cielo. Proprio così: i sopravvissuti iniziano a credere che sia stato lo stesso Dio ad ordinare all’oceano, senza provare pietà alcuna verso i suoi abitanti, di scagliarsi con immane forza sulle coste di Sumatra. E ciò per punire loro, i presuntuosi Accinesi, colpevoli agli occhi di Allah di alimentare da quasi trent’anni una sanguinosa guerriglia indipendentista con le forze governative indonesiane, stanziate nella regione all’indomani dell’indipendenza del paese avvenuta nel lontano 1949.
“Solo Allah, che sempre sia lodato, ha il diritto di uccidere e riprendersi così la vita di cui ci ha fatto generosamente dono. L’uomo non può arrogarsi tale potere. Solamente a causa della loro scellerata condotta sono stati colpiti così duramente gli Accinesi, ormai coinvolti da troppo, troppo tempo in un violento conflitto armato”. Così mi dice, pieno di foga, il giovane letterato Arifsyah, indicandomi come prova dell’assoluta verità di ciò che va affermando l’edificio che sta al di la delle palme, non lontano dall’Oceano Indiano. Si tratta della ormai celebre Moschea Magica. Questa enorme struttura, che si staglia con il suo candido bianco tra il verde intenso della foresta tropicale, è l’unica cosa che sia rimasta in piedi dopo il passaggio dell’incubo. Tutto ciò che vi era intorno è stato spazzato via. Non c’è più alcuna traccia nemmeno di molti villaggi precedentemente ammassati sulla costa. E’ addirittura possibile imbattersi ancora oggi in navi di grosse dimensioni, scagliate 5 o 6 kilometri verso l’interno, abbandonate tra le rovine e mai più rimosse a causa dell’enorme mole. Ma inspiegabilmente la Moschea Magica, com’è stata ribattezzata appena è stato possibile rendersi conto dell’avvenuto miracolo, ha invece subito solo lievi ed insignificanti danni. Come va ripetendo Arifsyah, l’irrazionale può essere spiegato solo tramite l’intervento divino: “la Moschea è sopravvissuta solamente per dimostrare agli occhi dei tracotanti esseri umani l’onnipotenza di Dio. Come prova che solo Allah può dove gli uomini falliscono”.

La forza di questo segnale divino è stata tale che già all’indomani dell’immane tragedia, che ha lasciato senza vita più di 130.000 Accinesi, oltre 90.000 dispersi e circa 500.000 sfollati, è stato trovato un accordo tra le fazioni in lotta. Gli esseri umani coinvolti nell’annosa guerriglia hanno fatto un passo indietro, interpretando e dando attuazione alle spaventose azioni divine. Dopo quasi trent’anni, e circa 10.000 vittime, si è così messo fine, attraverso un reale e duraturo accordo di pace tra le forze ribelli e lo stato indonesiano, ad una guerra dispendiosa e per certi versi superflua.
Non si può sapere se veramente giustizia sia stata fatta, ma gli uomini, almeno in questa circostanza, si sono dimostrati saggi e attenti a cogliere un improvviso e tragico evento per porre riparo ai loro errori, troppo cocciutamente e arrogantemente perseverati per i lunghi decenni del conflitto.
- Carlo Giovannone -

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